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Anno III - n.10 - dicembre 2006

Approfondimenti

ANCORA A PROPOSITO DELLA CITTA’ CHE APPRENDE, NAPOLI

L’esperienza di Matera

Avevamo lasciato la scorsa newsletter con la promessa di approfondire alcune esperienze portate durante la festa de la città che apprende. Qui di seguito verrà dunque dato spazio alle esperienze che alcune città hanno presentato a S. Giorgio a Cremano.

Il cinque Ottobre durante il momento dedicato al filo delle esperienze auser sull’immigrazione nelle regioni italiane ha preso la parola  il dott. Emanuele Paolicelli che ha illustrato il progetto denominato: “Dall’emigrazione All’immigrazione…” dalla memoria della storia alle contemporanee risorse umane:  un processo di integrazione socio-culturale. Promosso dall’Unitep – Auser  di Matera con il contributo di enti regionali ed associazioni di volontariato presenti sul territorio .

L’Università della Terza Età e dell’Educazione Permanente di Matera si impegna a lubrificare e rendere fruibile da parte di tutti, ogni canale comunicativo, tra la popolazione locale e le comunità di immigrati, favorendo così lo scrostamento di tanti pregiudizi storici che molto spesso rendono difficile questo dialogo.
Il progetto muove infatti dalla convinzione che non può esserci integrazione se non c’è conoscenza, e non può esserci conoscenza se non c’è comunicazione.
Nella realizzazione del progetto saranno coinvolti oltre al responsabile, il sig. Angelantonio Pellacchia (presidente Unitep), altri studiosi, tra i quali psicologi, sociologi, scrittori ed esperti del territorio. La prima fase  sarà caratterizzata da un incontro di tutti i soggetti interessati all’iniziativa. L’incontro sarà a sua volta caratterizzato da momenti di conoscenza reciproca, con ampi spazi riservati alla verbalizzazione delle aspettative di ognuno.
La seconda fase sarà divisa invece in due Moduli: il primo sarà caratterizzato da incontri/dibattiti, tavole rotonde e workshop sul tema che dà il titolo al progetto, saranno invitate autorità, letterati e storici esperti dell’argomento, che ne illustreranno in maniera semplice ed efficacia i punti salienti, il secondo invece sarà caratterizzato da incontri sottoforma di circle-time, problem solving e narrazione di storie di vita. Ci saranno inoltre momenti dedicati alla conoscenza del territorio lucano attraverso l’espediente della visita guidata ed infine si favorirà il confronto tra alcune diverse espressioni di arte popolare nel mondo.
Alcuni tra i tanti obiettivi che questo progetto si propone sono: 

  • Promuovere l’attivazione di adeguate strategie comunicative tra la popolazione indigena e le comunità di immigrati
  • Potenziare il processo di integrazione sociale nella duplice dimensione multietnico/intergenerazionale
  • Promuovere la volontà partecipata della popolazione lucana finalizzata al riconoscimento dell’immigrazione come risorsa sociale
  • Promuovere, nelle comunità di immigrati presenti nella regione, l’interesse verso una più approfondita conoscenza del territorio
  • Acquisizione della consapevolezza dei mutamenti sociali, dal periodo dell’emigrazione all’attuale momento caratterizzato dalla sostanziale presenza di immigrati
  • Condivisione e fattiva collaborazione nel processo di integrazione sociale
  • Conoscenza diretta delle diversità culturali tra la comunità locale e le comunità di immigrati

Non verranno tralasciate altre importanti tematiche come: la situazione dei giovani lucani oggi, il rapporto con il mondo del lavoro, o il ruolo, la condizione ed il contributo sociale  di una nuova figura: la badante.

Qualcuno potrebbe chiedersi il perché un progetto che punta a migliorare il processo di integrazione socio-culturale debba svilupparsi proprio in Basilicata, in una regione cioè che (quasi) mai viene annoverata come meta per gli immigrati. Eppure anche se per molti potrebbe sembrare strano proprio la Lucania durante gli anni ’90 ha accolto migliaia di immigrati albanesi così come non si può ignorare il fatto che in un passato più remoto questa stessa regione ha già fatto esperienza di multiculturalità, infatti dalla metà del 500 esistono in Basilicata interi paesi abitati da comunità albanesi, S. Paolo e S. Costantino Albanese (PZ) ne sono un esempio.
Quindi anche la Lucania regione sicuramente non famosa per la sua ricchezza finanziaria,  è stata nel suo piccolo, il rifugio ed il porto di numerosi emigranti. Ecco quindi che la popolazione lucana un tempo più avvezza a vedere partire i propri conterranei, oggi  si trova a condividere la stessa sorte che condividono molte altre regioni italiane: la convivenza con gruppi di immigrati.

L’esperienza di Paola

È toccato poi a Farnco Melchionda (presidente Auser Paola) salire in cattedra e spiegare che a Paola ormai da tempo si svolge annualmente il festival emigrantimmigrati.
Per il terzo anno consecutivo la città di Paola (CS) ha ospitato il festival “EmigrantImmigrati”. Quest’anno il tema sul quale si è deciso di porre l’attenzione è quello del confronto tra le esperienze dell’emigrazione calabrese con le esperienze dei paesi della vicina Africa, dell’Oriente e di tutto il Mediterraneo.
Nei 6 giorni di festa (24-30 luglio) voluti, ideati e promossi dall’Auser della città di Paola assieme al patrocinio ed al sostegno di numerosi enti ed organizzazioni private (UPELC, CMC e SPI CGIL sono solo alcuni nomi)si sono alternati concerti, video-proiezioni, concorsi fotografici, letterari e da quest’anno anche un concorso cinematografico dedicato ai temi della multiculturalità e del rapporto tra emigranti ed immigrati.
Sul palco del Festival si sono alternati gruppi provenienti dal Senegal con Jali Diabate, dall’Iran con Mohssen Kassirosaffar, o addirittura dall’Argentina con i Las 20 Cuerdas, non sono mancati naturalmente gruppi provenienti dalla più vicina Sicilia con I Solisti dell’Etna  o dalla Puglia con i Mastri suonatori di Villa Castelli. Molti altri sono stati gli artisti che hanno deciso di contribuire a questo spettacolo multiculturale esibendosi nelle loro performances, tra tutti non potevano mancare Maurizio Cuzzocrea & Za Popa rappresentanti e portavoce delle musicalità calabrese.
Franco Melchionda, presidente Auser Calabria, ha sottolineato l’importanza di questo gemellaggio tra i paesi del Mediterraneo e la Calabria dichiarando che “il festival è un momento per scambiare esperienze da ogni punto di vista, culturali musicali e storiche”.
Al di là infatti della festa, delle canzoni, dei colori e dei momenti dedicati alla ristorazione il festival ha proposto anche momenti di riflessione che sono serviti a porre l’accento su alcuni nodi centrali, quali: i rapporti tra l’Occidente e l’Oriente, i rapporti con l’Africa, i nuovi diritti nell’area mediterranea, i nuovi linguaggi, le nuove identità ecc.
Molto importante per la riuscita del festival è il contributo fornito dal Centro di Documentazione “Emigrantimmigrati” che da tempo si occupa di organizzare mostre e di raccogliere tutto quanto possa essere utile per documentare la memoria di questa regione. A tale scopo diventa preziosissimo il recupero dei vecchi passaporti, lettere, fotografie, biglietti di passaggio tra l’Italia ed altri stati di transizione ecc. Questi sono tutti documenti che potrebbero andar persi e che invece sono molto importanti perché sono la testimonianza di un passato che è esistito e di cui si deve tener memoria.
Il ruolo dei volontari Auser non può passare certo in secondo piano, infatti da tre anni ormai i  giovani volontari assieme ai soci più anziani collaborano alla sua riuscita. Lo scorso anno ad esempio hanno collaborato 8 circoli Auser e la manifestazione è riuscita a coinvolgere quasi 5000 persone.
Per chiunque volesse saperne di più sul festival può consultare il sito:  www.emigrantimmigrati.it.

Il giorno seguente sempre a S. Giorgio a Cremano c’è stata la presentazione del progetto nazionale “Gli anziani per conoscere l’immigrazione e superare ogni paura. L’immigrazione come risorsa sociale

 

L’esperienza di Varese

Una delle città coinvolta nel progetto è Varese.
L’aspetto/assetto della città è in continuo mutamento, ogni anno infatti centinaia di immigrati giungono qui in cerca lavoro. La presenza così consistente di stranieri ha fatto sì che Varese assumesse tutti i tratti di un città multiculturale.  Varesini, emigrati di vecchia generazione (soprattutto meridionali) ed di nuova generazione condividono e convivono infatti all’interno dello stesso territorio.
La ricerca che sta portando avanti l’Auser di Varese cerca quindi di indagare le problematiche e allo stesso tempo le opportunità che questo nuovo assetto porta con se.
La presenza così consistente di stranieri ha fatto sì che nel territorio si costituissero molte comunità con una propria cultura e con una propria lingua. Nel tentativo di aprire dunque un ponte che facilitasse la comunicazione e quindi un maggiore e più proficuo contatto, l’Auser ha dato il via ad alcuni corsi di lingua italiana.
Varese oggi ospita soprattutto gente proveniente dal  Marocco, Albania, Tunisia ed ancora altri paesi dell’Africa, dell’est e dall’Asia, ma in passato ed in particolar modo negli anni del secondo dopo guerra, questo stesso territorio era la meta di meridionali italiani che abbandonavano le proprie regioni per cercare fortuna in questa terra meno avara. In questa terra quindi così pregna di esperienze migratorie si è pensato di creare un confronto tra queste due grandi realtà: l’una oramai cementificatasi con il passare del tempo l’altra in divenire.
Per creare questo confronto e comprendere quali siano le differenze, ma anche le somiglianze tra quello che un tempo erano i viaggi e le speranze dei nostri nonni con quelle che oggi sono invece le esperienze, i sogni e le paure dei nuovi emigrati, sono state raccolte delle interviste ai protagonisti di queste esperienze.
Con il tempo naturalmente qualcosa è cambiato ed un esempio che lo dimostra è la diversa disposizione degli immigrati sul territorio
In passato, nelle periferie delle città venivano costruiti interi quartieri in cui venivano fatti alloggiare gli immigrati. Così facendo l’immigrato diventava immediatamente riconoscibile da un punto di vista della locazione sociale e se da un lato questo poteva favorire l’aggregazione di persone che vivevano e condividevano la stessa esperienza, dall’altro li lasciava sempre più distanti  ed emarginati dal resto  della società. Oggi invece questa situazione non è così diffusa, infatti, l’immigrato si integra autonomamente all’interno della città creando una distribuzione a macchia di leopardo, evitando così  forti situazioni di marginalità. Gli immigrati contribuiscono dunque in questo senso a rinnovare e a creare identità nuove nella città di Varese.
C’è una cosa invece che accomuna gli immigrati di ieri con quelli di oggi: l’attaccamento al cibo. Il cibo è da sempre simbolo di aggregazione, tradizione e di appartenenza ad una comunità.
 Così come i nostri meridionali quando lasciavano il loro paese portavano con loro i propri prodotti locali, così oggi i nuovi immigrati portano con loro non solo il cibo, ma tutto un insieme di tradizione culinaria che culmina con l’apertura di tantissimi punti di ristoro tipici di vari paesi stranieri. Può accadere così che quegli stessi prodotti che un tempo l’emigrate si portava con sé ( pane ed olio rappresentavano i simboli i una tradizione meridionale povera) sono oggi apprezzatissimi, e lo stesso abitante di Varese va alla ricerca di quei prodotti che oggi a distanza di anni sono diventati invece quasi un must di benessere.

 

L’esperienza di S.Giorgio a Cremano

Non poteva mancare naturalmente il contributo di Maria Passalacqua (Referente regione Campania per l’educazione degli adulti) che informa dell’apertura a Napoli di  uno sportello a via Speranzella  dove gli immigrati possono incontrarsi ed avere uno spazio tutto loro in cui organizzare manifestazioni culturali di ogni tipo: dagli incontri culinari, agli incontri per dialogare e scambiare le proprie esperienze, problemi e idee, alla possibilità di utilizzare questo luogo come centro in cui mettere appunto le loro esigenze ed attrezzarsi nel modo più opportuno per fare richieste e risolvere problemi.
Tutti siamo pronti a dare per scontato che gli extracomunitari che giungono nel nostro paese svolgano lavori come il muratore il contadino o altri lavori in nero, senza voler nulla togliere a queste umili e onestissime fatiche, è necessario sfatare alcuni luoghi comuni. Infatti come afferma Maria Passalacqua “a Napoli ci sono circa 100 imprenditori tra gli immigrati e questi hanno in manodopera anche napoletani”. Una testimonianza questa che sembra andare decisamente contro corrente all’opinione generale.
A S. Giorgio a Cremano invece c’è un progetto che ha come obiettivo quello di coinvolgerei  centri sociali che dovrebbero divenire il luogo in cui gli anziani oltre a poter trovare svaghi, divertimenti, possano anche utilizzare questi spazi per avvicinare a socializzare con gli immigrati.

 

L’esperienza di Treviso

A Treviso la situazione è probabilmente più complicata che in altre parti d’Italia. Questa città infatti meta di molti immigrati, perché ricca di  lavoro per tutti, è anche luogo in cui la lega nord fa molti proseliti , un problema questo assolutamente non trascurabile perché l’appartenenza alla lega come ben sappiamo non è sinonimo di apertura allo straniero. Non è difficile dunque capire che se da un lato Treviso è la città dei balocchi per ciò che può offrire da un punto di vista economico, dall’altro è una terra un po’ più “avara” dal punto di vista dell’accoglienza. Non si può fare naturalmente di tutta l’erba un fascio, è naturale che anche a Treviso ci siano tanti cittadini che invece stanno dalla parte del più “debole”, altrimenti non si spiegherebbe l’interesse per l’Auser di dare avvio ad una ricerca per comprendere come gli immigrati si sono inseriti nel territorio trevigiano.
Questa ricerca che si sviluppa attraverso la raccolta di interviste nasce anche dall’aver notato che molto spesso i trevigiani si trovano a stretto contatto con gli immigrati eppure tra di loro non c’è dialogo, ma indifferenza. Eppure svolgono gli stessi lavori, prendono gli stessi mezzi pubblici, frequentano gli stessi locali ecc. L’obiettivo che si propone questo progetto è quindi proprio quello di avvicinare queste culture diverse.
Questo progetto vuol dunque puntare a sensibilizzare e a far comprendere come lo straniero stia dando una mano alla città.
 Come? Sono loro che costruiscono le case dove noi andiamo ad abitare, sono loro che accudiscono i nostri bambini quando andiamo a lavorare ecc.
Naturalmente quando si parla di stranieri non si fa riferimento soltanto ad un contributo economico, ma anche sociale ed umano se si pensa all’opportunità di crescita culturale che ognuno di noi può avere attraverso il contatto con chi è diverso da noi.
Per Treviso è intervenuto a portare la sua esperienza anche un ragazzo di colore giunto in  Italia nel 1992. Dopo aver lavorato per  “soli” 4 anni in nero facendo i lavori più disparati è riuscito ad ottenere il il permesso di soggiorno. Oggi è un membro del sindacato della CGIL. Lay, questo è il nome del ragazzo, è venuto a S. Giorgio a Cremano per  raccontare la sua esperienza, ha raccontato della difficoltà di trovare un lavoro in Italia e della difficoltà di essere accettato, ma soprattutto della difficoltà di trovarsi in una città in cui la presenza delle idee leghiste è chiara.
Prima di lasciare il microfono però lancia il  suo monito finale alla Lega è una guerra ogni giorno ma la vinceremo” .

L’esperienza di Sassari

È stata poi la volta di Sassari. A Sassari i volontari Auser, da sempre impegnati nelle tradizionali opere di volontariato, si sono accorti, durante le visite fatte a domicilio, che molti anziani avevano bisogno di una figura che potesse badare loro con una certa continuità.
Essendo cospicuo il numero di immigrate che giungono a Sassari da diverse parti del mondo, si è pensato di poter aiutare contemporaneamente sia gli anziani che le immigrate. Come? Dando la possibilità alle donne straniere di ottenere il permesso di soggiorno attraverso un lavoro sicuro. Purtroppo gli anziani vivono ancora con diffidenza la presenza di stranieri nella propria casa, è innegabile, infatti, che diverso il colore della pelle ed una lingua diversa  non sono due biglietti da visita molto propizi nei confronti di chi magari non ha avuto durante la sua vita la possibilità di frequentare persone distanti dalla propria cultura. Il compito dell’Auser in tutto questo vuol essere al contrario proprio quello di abbattere questa barriera di diffidenza per dare allo stesso tempo agli anziani la possibilità di essere accuditi ed alle donne straniere di trovare una sistemazione.
Da cosa si è cominciato?
Potrebbe sembrare banale, ma è risultato fondamentale insegnare alle future badanti la cucina tipica locale.
Perché?
Perché una cosa a cui gli anziani sono molto legati è sicuramente la cucina tradizionale.
Più di ogni altra cosa però è stato fondamentale fornire alle immigrate la professionalità necessaria per affrontare un lavoro pesante e di forte responsabilità come quello della badante. Per questo motivo sono state tenute delle lezioni di geriatria sul  come  comportarsi in determinate occasioni con gli anziani.
si è pensato anche che potesse essere utili per le badanti conoscere il patrimonio di tradizioni, usi e costumi della gente di Sassari, a tale proposito è stata organizzata anche un gita presso i nuraghe per dare loro la possibilità di conoscere il territorio in cui hanno deciso di rifarsi una nuova vita.
Allo stesso tempo durante gli incontri con le donne straniere si è chiesto loro di parlare delle loro esperienze, delle loro tradizioni, della loro cucina ecc. durante le lezioni di Antropologia culturale si è quindi cercato di far uscire tutti questi temi allo scoperto. attraverso il dialogo si è scoperto ad esempio che in ambito culinario esistono somiglianze: Il Cus Cus tipico del Maghreb è molto simile ad esempio nella preparazione della fregola sarda.

L’esperienza di Ragusa

L’università della terza età di Ispica (RG) ha messo in atto un progetto in cui anziani e giovani si interrogano su due temi oggi molto sentiti che riguardano il passato  e il presente della società di Ispica e della Sicilia tutta: l’esperienza di migrazione italiana all’estero e l’esperienza storica e di contatto tra i siciliani e la popolazione tunisina.  La vicinanza infatti dell’isola con la propaggine a noi più vicina del continente africano ha fatto sì che nel corso degli anni queste due popolazioni vivessero a stretto contatto le une con le altre.
Quando parliamo di emigrazione la Sicilia viene immediatamente annoverata tra quelle regioni che come e più di altre hanno assistito al fenomeno degli abbandoni dalle propria terra. eppure non tutta la Sicilia è stata pervasa da questo fenomeno. Ragusa ad esempio ha vissuto una forte mobilità interna contrassegnata più da arrivi che da partenze.
In passato arrivavano a Ragusa molti tunisini per svolgere i lavori stagionali legati alla terra, ma la loro non era una vera emigrazione, infatti durante il periodo del Ramadan tornavano regolarmente in Tunisia. Alla fine degli anni ’80 il mercato entra però in crisi, pian piano la piccola proprietà inizia  a scomparire e iniziano  a svilupparsi le grandi aziende, di conseguenza cambia la manodopera, ma cambia anche la gente che arriva a Ragusa.
Con la crisi della Jugoslavia infatti cominciano ad arrivare i primi profughi dalle regioni dell’Est.
 La Sicilia si riempie dunque di una nuova ondata di immigrati.
In tutto ciò in questo rinnovato scenario il compito che l’Auser si è preposto ed ancora si propone è quello di portare i medici senza frontiere nelle campagne del ragusano per far capire agli immigrati le  loro possibilità mediche. Ma il lavoro in cui i medici senza frontiere si imbattono non è il lavoro dei campi, quello a cui siamo soliti essere abituati, di immigrati che durante le stagioni più calde vengono impegnati in nero nella raccolta dei pomodori o delle fragole. Loro invece hanno un lavoro costante e sono per lo più impegnati nelle serre.
Giuseppe Scifo (Presidente Auser Ragusa) sottolinea come l’immigrato venga a volte valutato in maniera diametralmente opposta. L’immigrato per molti è infatti lo straniero, quindi colui di cui si ha paura perché è diverso da noi per lingua, abitudini, tradizioni e a volte anche per il colore della pelle, ma poi è anche vero che esistono molte realtà in cui italiani e stranieri convivono tranquillamente, abitano nello stesso palazzo e svolgono lo stesso lavoro. Allora perché questi ultimi non fanno paura? Perché come riferisce Giuseppe Scifo a questa domanda le persone rispondono: “Perché li conosciamo!”.  
Se  il problema allora è un problema di conoscenza ecco che l’Auser e l’educazione degli adulti possono dare una mano a permettere che questa socializzazione avvenga.

 


 
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