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Anno III - n.8 - settembre 2006

EDITORIALE

Di nuovo in festa a Napoli per ricordare e per capire

a cura di Luigi di Vittorio

Basta scorrere i titoli dei giornali per constatare come gli avvenimenti di queste settimane, quelli che riguardano la politica come quelli emergenti dalla cronaca e dal costume, alimentino nelle persone disorientamento e paura, in qualche caso addirittura angoscia.

Si tratta di reazioni istintive, comprensibili e naturali, a fatti, o spesso alla rappresentazione di questi, che scuotono le coscienze e ci interrogano in modo assillante. Quale mondo si profila? Quale tessuto sociale connettivo potrà tenere insieme il nostro Paese, le nostre comunità che sembrano attraversate da una crisi sempre più acuta di valori di riferimento?
Viviamo una fase di transizione incerta che mette in discussione metri di misura che sembravano stabili come le ideologie politiche e religiose, i comportamenti sociali ed individuali che apparivano indiscutibili.
La Storia insegna come nelle epoche di trapasso il disagio e il disorientamento siano spinti ad individuare nel diverso, nell’altro da sé, la causa di tutti i mali.
E’ un meccanismo esso stesso naturale, perché il “diverso” ci assilla, ci pone domande, ci fa constatare contraddizioni di difficile sintesi.
Ma è sempre la Storia che ci reca la testimonianza di pratiche volte ad eccitare queste reazioni naturali, a solleticare i meccanismi di rifiuto, a coltivare le risposte repressive ed irrazionali.
Un aspetto rilevante di queste dinamiche nel nostro Paese è quello che concerne le relazioni con gli immigrati. Il disagio e il rifiuto riguardano anche altre condizioni di diversità, ma nel caso degli immigrati risultano eclatanti per le dimensioni del fenomeno.
E’ in corso di pubblicazione il dossier statistico 2006 redatto periodicamente della Caritas.
In Italia siamo passati dai 280.000 immigrati regolari del 1980 ad oltre 3 milioni nel 2005.
Dice Caritas che il ritmo d’aumento annuale della presenza di stranieri in Italia è pari a circa 325.000 unità, il che porta ad ipotizzare più che un raddoppio della popolazione immigrata nel corso dei prossimi dieci anni.
Un fenomeno così imponente e vorticoso non è casuale; corrisponde a cause di squilibrio nella distribuzione delle risorse e nel riconoscimento dei diritti tra le aree geografiche che sono sotto gli occhi di tutti.
Ma questo fenomeno non alimenta solamente tensioni, crea ricchezza nel nostro Paese e ciò spesso è ignorato o volutamente trascurato.
Del resto è più facile per i giornali parlare degli immigrati che delinquono che di quelli che lavorano, che fanno i lavori rifiutati da tutti, che contribuiscono in modo rilevante ad alimentare le casse dell’INPS (dati 2002 dell’Istituto: tra gli immigrati extracomunitari, una sola pensione per ogni 170 contribuenti).

Gli italiani anziani sono al centro delle dinamiche indotte dall’immigrazione. Per età e media condizione culturale hanno maggiore difficoltà ad interpretarla attraverso sintesi razionali; sono essi stessi soggetti deboli, più esposti ai contraccolpi più sgradevoli del fenomeno (si pensi alle ansie sul tema della sicurezza, comprensibilmente motivate da oggettivi fatti di cronaca).
Ma sono anche quelli che hanno un rapporto più diretto e frequente con gli immigrati, o meglio con alcune categorie.

Sempre l’INPS ci dice che il settore della collaborazione familiare sia quello a più alto incremento tra gli immigrati, avendo in 12 anni quasi decuplicato il suo numero di addetti. Attenzione, parliamo di lavoratrici-lavoratori regolarizzati; se si tiene conto del lavoro nero, sono non meno di 900.000 gli stranieri che lavorano nelle nostre famiglie, con i nostri vecchi, con i nostri bambini, con i nostri ammalati.
Sono per le famiglie italiane una risorsa, ma non semplicemente un’opportunità materiale; non sono macchine o materia prima, sono persone.
Mi ha colpito, qualche anno fa, in occasione di una missione Auser di solidarietà in Moldova, assistere alla partenza su pulmini e corriere fatiscenti, di donne moldave che si recavano in Europa occidentale: mi ha scosso, in quella occasione, il loro pianto, il pianto dei vecchi, dei bambini, dei mariti che restavano.
Non si tratta di buonismo: l’imponenza e la rapidità del fenomeno oggettivamente mettono in tensione abitudini consolidate, creano disordine, incomprensioni, alimentano fenomeni di sfruttamento, producono devianze.
Ma la risposta non può essere quella del rifiuto, della invocazione falsa ed ipocrita della chiusura delle frontiere; deve essere quella dell’accompagnamento, della mediazione culturale, delle politiche programmate di inclusione.
Gli immigrati, come i cittadini, hanno diritti e doveri.
Troppo spesso, vengono negati i primi e vengono solo denunciate le violazioni dei secondi.

Auser che organizza gli anziani e cerca di costruire con gli anziani legami sociali, vuole promuovere opportunità di dialogo con gli immigrati, il dialogo per capire tutti insieme quello che sta avvenendo, per favorire una consapevolezza, per costruire occasioni di comprensione e difendere sempre e comunque i diritti delle persone, l’unità profonda che sta alla radice di ogni diversità.

In questa opera, gli anziani dispongono del patrimonio della memoria, il ricordo dell’emigrazione italiana all’estero. Ancora oggi, c’è una singolare coincidenza tra il numero degli immigrati regolari in Italia e quello dei cittadini italiani residenti all’estero (più di 3 milioni in entrambi i casi).
La memoria offre la testimonianza delle difficoltà, delle tensioni, dei sacrifici, delle incomprensioni, delle devianze che caratterizzarono l’emigrazione italiana e sfata il mito di emigranti italiani tutti buoni e di immigrati stranieri tutti cattivi.
Nella mia famiglia, di origine meridionale, è ancora vivo il ricordo di una vecchia zia, madre di 3 figli, rimasta sola ad accudirli in un paese del Sud, che amministrava giudiziosamente le rimesse del marito emigrato clandestino negli USA, per due volte beccato dalla polizia americana e per due volte rimpatriato.
Emigrazione come memoria che ci aiuta a comprendere il fenomeno dell’immigrazione, ad affrontare le tensioni di dialogo e di relazione con i criteri umani della ragione e del cuore.
Di questo discuteremo a Napoli nella 3^ edizione della Città che apprende”. Vicino al molo dell’Immacolatella, da dove si imbarcavano i nostri braccianti, i nostri disoccupati che non avevano altra speranza che quella dell’avventura, esattamente come i “dannati della terra” di oggi.

Luigi De Vittorio


 
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