APPROFONDIMENTI
Immigrati: risorsa o pericolo?
a cura di Mirella Lattanzi
Immigrati: risorsa o pericolo? Da almeno una decina di anni, cioè da quando il fenomeno delle migrazioni ha cessato di essere episodico, interrogativi di questo tipo – generali e generici – sbucano frequentemente dalla stampa e nei talk televisivi, alimentano un sostrato ansiogeno, dalla natura e origini diverse e complesse, in cui trova facile aggancio il rafforzarsi e/o il rinnovarsi di pregiudizi, stereotipi, emotività. Con il risultato di perpetuare un circolo vizioso in cui non vi è posto né per la conoscenza razionale di quanto effettivamente accade né, tantomeno, per precostituire antodoti efficaci ad uno stato di allarme e a una percezione di rischio personale e collettiva che inducono, a loro volta e di fronte a singoli episodi, la riproposizione del rifiuto. Fino all’intolleranza. Le cronache estive sono state, da questo punto di vista, assai generose nell’offrire nuovi e confusi spunti. La concomitanza tra i fatti di cronaca e le proposte avanzate dal ministro della Solidarietà Sociale (a favore di una presa d’atto e di una gestione del fenomeno migratorio non più solo in chiave emergenziale ma anche di suo riconoscimento e di individuazione di sbocchi positivi) sottolinea da un lato la complessità del tema e dall’altro le contraddizioni che tale complessità sospinge e induce a manifestarsi. La prossima edizione de “La città che apprende” cade in questo clima. Al suo interno, il giorno 4 ottobre, presenteremo il progetto “Gli anziani per conoscere l’immigrazione e superare ogni paura. L’immigrazione come risorsa sociale”, sostenuto dal contributo del ministero della Solidarietà Sociale.
Un titolo lungo e fin troppo assertivo, pensavamo quando lo presentammo. Oggi, lo definiremmo invece esplicito e programmatico delle nostre intenzioni che intendono inserirsi in un solco già ricco di attività associative, trarne succo e ispirazione, amplificarne l’incidenza affinchè la presenza di immigrati possa sempre più essere vissuta come un dato di realtà, depotenziarne la presunzione di rischio specifico, esplorarne alcune peculiarità, gettare le basi per uno stabile riconoscimento reciproco. Partiamo dalla constatazione che il nostro panorama quotidiano prevede numerose e significative presenze di immigrati che lavorano con noi, spesso nelle nostre case, e vivono nei nostri quartieri. Vi è già dunque una certa famigliarità, anche se le nostre diffidenze e le loro differenze tendono a riprodurre difficoltà e paura. Soprattutto quando la lettura di certi accadimenti può essere manipolata e specialmente in chi – come molti anziani – vive già in uno stato di fragilità emotiva e cognitiva, non possiede o non destreggia sufficienti strumenti per comprendere, selezionare, valutare. “Conoscere” dunque diventa un modo di recuperare dominio sulla propria realtà, inserirsi con maggior agio nella contemporaneità, ridiventare “cittadini di questo tempo”. Conoscere vuol dire anche entrare in relazione, toccare con la propria esperienza la diversità e vedere quanto essa sia più o meno lontana da noi. I punti chiave del progetto, mirato sui soggetti della cosiddetta “domanda debole” sono quindi il supporto cognitivo e la facilitazione all’incontro. L’ambizione è quella di far lievitare modalità stabili di relazione e di rapporto poiché crediamo sia la continuità del contatto e della conoscenza a radicare esperienze personali davvero interessanti e realmente incisive. In questo senso il progetto ha come scopo il radicamento di iniziative. Ma quel che vorremmo realizzare è anche una concreta sinergia tra diversi segmenti di Auser: a partire dalle Università della Terza età e dai nuclei di educazione degli adulti e coinvolgendo, via via, i circoli di promozione sociale e alcune espressioni di volontariato alla persona.


