Anno II - n.9 - aprile 2005

Approfondimenti

Liberazione, Resistenza e stragismo nazifascista attraverso i luoghi della memoria

di Simone Duranti

In occasione del Cinquantesimo anniversario della Liberazione nazionale, Norberto Bobbio, interpellato da mezzi d'informazione e telegiornali sul significato del 25 aprile, ribadiva con la consueta fermezza e puntualità i valori condivisi del processo costituzionale scaturiti dalla stagione di lotta contro i fascismi, ma metteva in guardia dai facili entusiasmi su una sorta di unanimismo poco meditato sui valori della liberazione, anche per colpa di un sistema mediatico e politico che aveva negli anni reso la celebrazione una giornata stanca e retorica, senza capacità di presa sulla popolazione.

In effetti, la difficoltà di inserire il processo di Liberazione nazionale all'interno dei valori fondanti del paese ha accompagnato tutta la storia della memoria pubblica dal dopoguerra, con due unici momenti di discontinuità: l'insurrezione popolare per la crisi Tambroni del 1960 e la reazione antifascista susseguente alla strage di Brescia. Questi due avvenimenti vennero seguiti infatti da una rinascita della discussione pubblica, del dibattito sulla dittatura fascista. I teatri vennero utilizzati per pubblici incontri con intellettuali e testimoni che spiegassero il processo di formazione del fascismo e il significato della lotta nel 1943-45. La memoria pubblica sul processo resistenziale ha ovviamente subito delle variazioni notevoli nel tempo, condizionata dalle varie stagioni politiche, con il progressivo ridimensionamento delle differenze invece fondamentali fra parti in causa, fronti contrapposti militarmente ed eticamente. La differenza con la situazione francese appare evidente: sarebbe inconcepibile lì infatti il tentativo di riabilitazione storico politica del fascismo repubblicano, equiparato come forza combattente al partigianato. Per la situazione attuale sono molte le responsabilità del mondo politico, e non soltanto degli interessi della destra a delegittimare la Resistenza, e da qui giungere alla revisione della Costituzione attraverso l'abolizione del preambolo sulle sue origini antifasciste. I morti sono tutti uguali non fu soltanto un concetto derivato dalla pietas cristiana, ma un elemento speso con eccessiva disinvoltura di alcune personalità. Ne consegue che per il Sessantesimo della Liberazione ci troviamo di fronte ad una serie di fenomeni inediti che pongono con estrema urgenza la verifica della tenuta del messaggio resistenziale. Ci limitiamo, sul versante pedagogico, a rilevare la presenza ormai di famiglie con ragazzi delle scuole medie che hanno nonni nati nel dopoguerra e quindi senza la possibilità di verifica quotidiana di concetti e nozioni attraverso la testimonianza diretta del passato vissuto. Una forte e intelligente politica della memoria attraverso la valorizzazione e la frequentazione di luoghi fisici della Resistenza è quindi necessaria e urgente.

In questo breve contributo cercheremo di illustrare alcuni casi emblematici, alcune realtà presenti sul territorio nazionale, illustrandone le caratteristiche e soprattutto il significato, a volte non semplice da cogliere, dietro a luoghi simbolo e "messaggi di pietra". In questa sede non è certo possibile dare conto della sterminata presenza di questi luoghi sull'intero territorio nazionale, e preliminarmente facciamo notare che manca ancora un censimento completo dei luoghi della memoria sul territorio italiano. Varie regioni, università e comunità locali stanno proprio in questi anni lavorando in questa direzione, così da realizzare una mappatura esaustiva ed aggiornata. Fenomeno relativamente nuovo, almeno dall'introduzione del Giorno della memoria, è la sensibilità diffusa nei confronti della persecuzione di gruppi e minoranza come la ebraica, sottoposta non soltanto alla deportazione nei lager del Reich ma precedentemente internata in campi di raccolta e transito approntati sull'intero territorio nazionale dall'estremo sud, Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza al campo di Bolzano. Ma ancora più di recente è emersa l'attenzione per il sacrificio della popolazione civile, sottoposta ad una strage sistematica non soltanto secondo la logica della rappresaglia ma come bonifica preventiva del territorio durante la lenta ritirata tedesca del 1944-45. Altro motivo centrale della cosiddetta "guerra ai civili", l'atteggiamento dichiaratamente punitivo adottato dall'occupante nazista conseguente al "degradamento razziale" della popolazione italiana "colpevole" del tradimento dell'8 settembre.

A livello solamente esemplificativo ricordiamo sul versante dei luoghi di internamento, per civili dissidenti, antifascisti in genere, ebrei, lavoratori coatti rastrellati nelle città, non soltanto la Risiera di San Sabba, a Trieste, ma anche il principale campo di concentramento del paese prima della sua chiusura per l'avanzamento degli alleati nel 1944, il lager di Fossoli di Carpi. La Fondazione che cura il mantenimento del luogo fisico e la promozione della memoria ha restaurato una baracca così da poter offrire ai visitatori un'idea delle condizioni d'internamento per il campo che vide fra gli altri anche il transito di Primo Levi.

Sul fronte dei sacrari e luoghi della memoria delle stragi su civili e partigiani, ricordiamo almeno Marzabotto, le Fosse Ardeatine, Boves e Sant'Anna di Stazema, non soltanto luoghi simbolo della politica di distruzione del territori e dei suoi abitanti, ma realtà che possono essere vissute in maniera attiva, al di là degli aspetti celebrativi, attingendo a livello informativo agli strumenti di approfondimento messi a disposizione dagli enti locali. Una visita a Sant'Anna, ad esempio, consente di comprendere la logica dell'accanimento punitivo delle truppe nazifasciste, anche semplicemente ripercorrendo l'impervia strada d'accesso alla località montana.

Più complessa e dispersa la questione delle "memorie di pietra", targhe, cippi e lapidi scolpiti ininterrottamente dalla fine della guerra ad oggi, con impulsi dati dagli enti locali e associazioni che si addensano soprattutto attorno agli anniversari secchi, tipo il Ventesimo, Trentesimo e Cinquantesimo della Liberazione, in anni in cui lo Stato, a differenza dell'attuale governo, investiva con risorse economiche nelle celebrazioni. Questo sterminato tipo di materiale richiede strumenti cognitivi e la capacità di contestualizzare il messaggio: è evidente che una targa posta a ricordo di un luogo di tortura per civili e partigiani nell'immediato dopoguerra, si esprima con un linguaggio netto e fortemente agganciato alle responsabilità fasciste, rispetto ai messaggi più misurati che si leggono nelle lapidi poste in anni recenti, dove la logica della riconciliazione nazionale, indipendentemente dall'accertamento delle responsabilità materiali, spinge alla neutralizzazione del linguaggio. Comunque, la scelta di celebrare il sacrificio dei combattenti e dei civili coinvolti nella guerra guerreggiata che imperversò nel paese dall'8 settembre, ha portato fin da subito a scegliere monumenti che indistintamente ricordassero i caduti di tutte le guerre o la popolazione sacrificata nel luogo di appartenenza ma anche su teatri di guerra lontani. Si tratta di una complicata frapposizione di piani differenti, perché diversa la fine di combattenti nei teatri di guerra e lo sterminio di civili inermi. Lo stesso utilizzo delle parole deve far riflettere, come l'uso disinvolto del termine "rappresaglia", come se fosse sinonimo di strage o eccidio, e invece evocante la logica della reazione ad attacchi e azioni di matrice partigiana.

Tutti questi esempi devono far riflette sulla necessità di una memoria attiva e operante, a partire dall'impegno del singolo cittadino che ha oggi la possibilità di accedere a materiale documentario e di informazione grazie all'impegno di Regioni e d enti locali. Nei casi purtroppo frequenti della latitanza delle istituzioni, i signoli possono andare alla ricerca sul proprio territorio dei simboli della memoria, dalle targhe in città, alla presenza, spesso nemmeno segnalata, di campi di internamento che a volte non rientravano nella logica spaziale del "campo" con reticolati e garitte, ma caserme, ville di campagna requisite e abitazioni private. L'importanza di questi luoghi non è sottoposta alla loro scoperta ma ad un processo continuato di conservazione della memoria. I luoghi infatti si abbandonano e riscoprono nel tempo più volte. Sono certamente pochi oggi coloro che conoscono l'ubicazione delle case di tortura che città per città sono assurte a simbolo della violenza intimidatoria e repressiva dell'apparato coercitivo nazifascista. Su Intenet è possibile recuperare i testi di molte lapidi scritte negli anni per strutture come queste, a partire da quella importantissima dettata da Calamandrei per "Villa triste" a Firenze:

"Non più Villa triste
se in queste mura
spiriti innocenti e fraterni
armati sol di coscienza
in faccia a spie torturatori carnefici
vollero
per riscattare vergogna
per restituir dignità
per non rivelare il compagno
languire soffrire morire
non tradire".

Per andare alla scoperta di luoghi della memoria in ambito locale ci si può servire degli Istituti Storici della Resistenza, delle ANPI, e di enti locali particolarmente sensibili a queste tematiche. Ormai sul fronte della valorizzazione della memoria molti soggetti istituzionali lavorano bene, con strumenti adeguati al soddisfacimento del "turismo della memoria", approntando guide, carte geografiche e mostre di approfondimento sulla Resistenza e la guerra ai civili in ambito locale. La Regione Toscana può essere presa ad esempio degli investimenti sul Sessantesimo, avendo avviato da alcuni anni un lavoro di recupero della memoria attraverso lo studio del fenomeno delle stragi nazifasciste.

I più di 4.000 morti civili in ambito regionale toscano, ad esempio, non erano una verità sconosciuta, anche se la questione del cosiddetto "armadio della vergogna" ha impedito per decenni la ricaduta sulla percezione dell'esistenza di un reale martirio della popolazione. Sono state le comunità locali, in alcuni casi interpreti di verità segmentate e divise, a custodire la memoria dei fatti, o comunque la gestione del dolore, con il rischio di impedire la crescita di una logica di insieme, in grado di contestualizzare i singoli episodi e di inserirli in una logica ben più ampia. La repressione delle differenze, la distruzione delle diversità, come della dissidenza antifascista, sono fenomeni connaturati all'essenza stessa dei fascismi, e il biennio 1943-45 con l'occupazione militare tedesca, ha proiettato i destini di intere comunità locali al livello dei piani generali di riassetto razziale e geopolitico europeo. Se non si esce dalla logica locale non si può comprendere ad esempio la dinamica europea dello sfruttamento della manodopera coatta, rastrellata nell'intero territorio nazionale, e non soltanto tragedia di singole comunità locali.

Per concludere ricordiamo comunque le recenti, felici iniziative messe in piedi da organismi locali che hanno approntato il sistema dei "Sentieri della libertà". Si tratta di ripercorrere, con l'ausilio di carte geografiche e pannelli posti lungo il percorso, le direttrici di marcia e di spostamento di colonne partigiane, o comunque itinerari che consentono di visitare con un itinerario coerente intere aree particolarmente importanti nello scenario della lotta di Liberazione nazionale.

L'unico modo per fortificare e rilanciare una adeguata politica della memoria per scongiurare l'oblio e l'ondata revisionista attuale è partire da una rinnovata sensibilità individuale, che eserciti accanimento di ricerca sul territorio, non accontentandosi delle vulgate televisive e giornalistiche. All'impegno insostituibile delle istituzioni si deve perciò unire la volontà del cittadino di sviluppare una memoria civile adeguata alla difficoltà dei tempi attuali, dove le differenze si sfumano e troppo spazio e dignità viene concesso ad ogni revisionismo di sorta.

Per demolire l'indifferenza e l'ignoranza si deve partire dal colpire il mito inestirpabile degli "italiani brava gente", diventare consapevoli che l'Italia fascista con i suoi organi repressivi ha praticato una politica di distruzione e cancellazione delle minoranze e delle dissidenze, in autonomia, pur con il concorso militare dell'occupante nazista.

E il primo passo per questa presa di coscienza può essere rappresentato dal ritorno dei cittadini, oggi, come sessant'anni fa, "in montagna".


 
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