Editoriale
"E ci ritrovammo totalmente liberi"
Testo tratto dalla prefazione di
"Partigiani della montagna"
di Giorgio Bocca
edito da Feltrinelli
A ripensarci sessant'anni dopo, ci chiediamo come sia stata possibile quella guerra di liberazione.
Non la Liberazione del 25 aprile 1945, dell'insurrezione, della discesa nella pianura e nelle città, ma la liberazione di ciascuno di noi dal provincialismo, dal fascismo, dal perbenismo piccolo-borghese. La prima e più importante cosa che i libri di storia non spiegano che i documenti non raccontano della guerra partigiana è questo stato d'animo di libertà totale ritrovata proprio negli anni in cui un giovane normale conosce il suo destino obbligato:
quale posto, quale lavoro, quale ceto, quale donna sono stati preparati e spesso imposti per lui; quale sarà la sua prevedibile vita, quali vizi dovrà praticare per cavarsela, dove troverà il denaro per campare.
E invece, d'improvviso, in un giorno del settembre del '43, si ritrova totalmente libero, senza re, senza duce, libero e ribelle, con tutta la grande montagna come rifugio.
Libero anche dal denaro e dalla famiglia. Sì, certo, la famiglia e i suoi affetti rimangono, ma che sia ben chiaro, a casa non si torna in quando dura la meravigliosa avventura della libertà, dell'essere padrone del proprio destino.
Alea iacta est, avremmo potuto dirci quel pomeriggio di settembre in cui varcavamo non il Rubicone ma la Stura di Demonte, diretti alla montagna della Val Grana, verso il Comboscuro degli occitani. (.)

