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home | arretrati | Giugno 2008 - anno IV

EDITORIALE

La città deve apprendere

Registriamo con grande preoccupazione le derive emotive di reazione ai grandi processi di cambiamento che caratterizzano questi primi anni del nuovo secolo.
Tra gli altri, la perdita di identità sociale e quindi di solidarietà che costituiva il nesso connettivo dei soggetti del lavoro. Fu la consapevolezza di identità di interessi scaturente dall’organizzazione di massa del lavoro che per quasi un secolo e mezzo orientò i processi di democratizzazione delle società, di equità e inclusione, in sostanza le conquiste di quel periodo.

Se si leggono in questi giorni i giornali, da Opera a Ponticelli, sembra pertinente l’affermazione di Paolo Franchi in un recente articolo sul Corriere della Sera sottotitolato “E ora pieta’ l’è morta”.
Per ridare speranza al Paese, alla vita collettiva non servono l’angoscia, la paura, il rancore: occorre prima di tutto ragionare.
Le contraddizioni di questa fase storica sono enormi:
si pensi agli effetti del repentino aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, il grano, il mais: davvero “lo stomaco degli affamati” dice Amartya Sen “adesso deve competere anche con i serbatoi delle automobili”.

I processi di migrazione di masse ingenti, private della possibilità di soddisfare bisogni elementari nei Paesi d’origine, sono destinati a crescere.
Quasi 1 miliardo di persone sono oggi esposte al rischio della morte per fame.
D’altro canto, il fenomeno del lavoro straniero è già oggi, nel nostro Paese.
un elemento costitutivo dei processi di produzione economica e delle attività di riproduzione sociale: dagli operai di fonderia e di concia delle pelli ai Sik che governano le mucche della pianura padana, alle badanti moldave, ucraine, rumene, si tratta di una parte significativa della ricchezza nazionale misurabile in punti di Pil.

Si dimentica troppo spesso che non si tratta di macchine o di materie prime, ma di persone, titolari come i cittadini di fondamentali diritti universali.
Ma questi stessi inevitabili processi alimentano contraddizioni, lacerano il tessuto connettivo unitario conosciuto nel secolo scorso, aprono guerre tra i poveri.
Scontri tra costumi, abitudini, valori; tra identità e diversità. C’è una bella pagina di un recente libro di Aldo Bonomi che mostra come si sia andato dilatando in questi anni il concetto di “straniero” fino a diventare semplicemente il “diverso”.
Noi siamo convinti che i processi di migrazione non siano una iattura, ma le loro conseguenze sociali vanno mediate e governate.
Ci sarà, ci deve essere, una via diversa da quelle finora percorse, tra il buonismo generico e inerte di certa sinistra e la cinica coltivazione della paura della destra.
Ancora una volta, la strada da battere è quella civile delle politiche attive di mediazione culturale e di dialogo.
Dialogo è relazione, è l’opposto di abbandono che genera solitudine ed isolamento.
Dialogo presuppone rispetto, nasce dalla consapevolezza della comune identità di persona, di abitante del pianeta.
Dialogo si esprime prima di tutto attraverso tensione di conoscenza: conoscere per capire.
Conoscere e capire il “diverso da sé”.
Oggi la diversità alimenta la separazione, il sospetto – ma la società è fatta di diversità che la arricchiscono, purché ci siano ponti e non sbarre tra le diversità.
Diverso non è solo lo straniero; diverso è il povero; il tossicodipendente; ma anche l’anziano solo o il giovane privato del diritto ad un personale progetto di vita.
Per questo, dialogo con il diverso da me.
La scelta del dialogo carica chi la professa e la proclama di responsabilità: non è una scelta di semplice buon senso, starei per dire di buon gusto, di buonismo supponente, ma pratica concreta che coinvolge non solo la mente, ma anche il cuore.
Per questo ha senso parlare di educazione al dialogo.
Abbiamo deciso qualche mese fa di collocare la nostra “Città che Apprende” nel quadro dell’anno europeo del dialogo interculturale.
I fatti ci stanno dimostrando che c’è un problema grave di apprendimento del dialogo.
Apprendere per conoscere, sicuri che conoscere porta ad accogliere e accogliere è concetto più complesso e strutturato di “soccorrere”.
Accogliere vuol dire alla fine sforzo per integrarsi. Ma per stare insieme occorre condividere le regole della relazione collettiva.
Abbiamo programmato nella Festa di Milano, il secondo giorno, una rassegna delle nostre buone pratiche di conoscenza, accoglienza e integrazione, documentate in un viaggio cinematografico tra le nostre sedi, da Palermo a Paola, a Lecce a Roma, a Treviso, a Varese: vogliamo documentare speranza operosa, non paura e rancore.
Chiuderemo la Festa, con la proposta di un disegno di legge di iniziativa popolare sull’apprendimento permanente.

La società della conoscenza come scelta trasversale alle diverse fasi della vita non è solo una necessità della competizione economica nell’era della globalizzazione, ma è un fattore ineludibile di coesione, uno strumento di rigenerazione del capitale sociale.

In questo senso, veramente tutto il Paese ha bisogno di apprendere e la politica deve corrispondere a questo bisogno primario. Sfruttare la paura può determinare un successo elettorale ma poi bisogna misurarsi con gli obiettivi strategici: la crescita come sviluppo umano.

 

Luigi De Vittorio
Vicepresidente nazionale Auser